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STUPRO, FAME
E NESSUN RIPARO Vengo dall’Eritrea e chiedo asilo politico. A casa sono stata imprigionata perché sono una testimone di Geova, una religione che nel mio Paese non si può praticare. In prigione mi hanno talmente stuprata e picchiata che ho ancora difficoltà a camminare. Quando mi hanno rilasciata sono fuggita in Inghilterra per una sola ragione: credevo che qui sarei stata il sicuro. Ma per me e per migliaia di altri richiedenti di asilo politico l’Inghilterra non è più un posto sicuro. Il Ministro degli Interni ha annunciato che inasprirà la normativa riguardante chi può fare domanda di asilo. Il paragrafo 55 del Nationality, Immigration and Asylum Act 2002 gli impone di negare sostegno ad un richiedente di asilo se egli ritiene che questa richiesta non sia stata fatta tempestivamente, non appena possibile, dopo l’arrivo del richiedente in Gran Bretagna. Saranno perseguibili penalmente i richiedenti di asilo che arrivano qui con passaporti falsi. Per quelli di noi che scappano dalla persecuzione nei nostri Paesi è quasi impossibile partire con il proprio passaporto. I funzionari che ci picchiano non ci aiuteranno timbrandoci il passaporto e dandoci il loro beneplacito di andare in Occidente a denunciare le violazioni dei diritti umani. Quando il governo britannico è in buoni rapporti con i nostri governi tace sulle persecuzioni in atto nei nostri Paesi. È quasi impossibile raggiungere l’Europa occidentale senza pagare un agente per farci entrare clandestinamente e procurarci documenti falsi. Al porto o all’aeroporto britannico in cui arriviamo gli agenti ci stanno col fiato sul collo e ci ingiungono di non dire niente. Non è facile disobbedire e annunciare che siamo qui per chiedere asilo politico. Ho sentito di persone che hanno chiesto asilo il giorno dopo il loro arrivo nel Regno Unito e si sono sentite rispondere che ci avevano pensato troppo tardi e che perciò non avevano diritto ad alcuno sostegno. Non c’è alcun dubbio che la politica del Ministro degli Interni ridurrà drasticamente i dati statistici sui richiedenti di asilo politico. Si potrà vantare di fronte a quel gruppo di mass media che ci dipinge come dei parassiti che sta liberando il Regno Unito da un flagello. Non esisteremo più ufficialmente. La nostra umile condizione di richiedenti di asilo politico è sostituita da quella ancora più umile di non-persone. Non avremo diritto ad un tetto sulla testa, all’accesso a scuola per i nostri figli, alla consulenza legale e alla possibilità di andare dal dottore se siamo malati. Il Ministro degli Interni vuole dimostrare di essere inflessibile su questo argomento. Un approccio più umano è visto come una perdita di voti. Quello che non ha detto è che, anche se molti di noi smetteranno di esistere ufficialmente, noi continueremo a venire qui perché crediamo che nei nostri Paesi la nostra vita sia in pericolo. In Eritrea ero una maestra d’asilo. Mi piacerebbe moltissimo fare lo stesso lavoro qui. Sarei felice di fare qualsiasi lavoro per mantenermi. Non voglio succhiare i soldi dello Stato, voglio dare il mio contributo alla società britannica. Ma non ho il permesso di lavorare. Non appena arrivata la mia richiesta di asilo venne respinta e non mi restò altra scelta che dormire dove capitava. A volte dormivo alla stazione Victoria, a volte sugli autobus notturni. Avevo il terrore di essere assalita. Ho sentito di almeno una donna che è stata stuprata da un uomo che si era offerto di aiutarla quando lei era senza tetto. Ora il governo ha accettato di esaminare la mia richiesta di asilo e mi è stata data una piccola stanza a Londra per viverci temporaneamente. Ma molti richiedenti di asilo, tra cui donne incinte, sono ancora sulla strada. Ho visto persone ammalarsi perché dormivano dove capitava e non avevano da mangiare. A volte anche cinque donne si ritrovano a dormire sul pavimento della mia piccola stanza, perché so quanto è dura non avere assolutamente niente, neanche un posto per dormire. In questo Paese i richiedenti di asilo sono sempre rimasti in silenzio per paura di essere espulsi. Abbiamo permesso ad altri di parlare a nostro nome, ma, dato che la situazione in cui ci troviamo qui è disastrosa, stiamo cominciando a farci sentire in prima persona. Le donne provenienti dall’Eritrea e da altri Paesi africani hanno dato vita all’Eritrean Women’s Association (Associazione delle donne eritree) per darsi aiuto reciproco. Anche altri richiedenti di asilo stanno formando organizzazioni di sostegno. Benché desiderino condurre una vita normale, nel pieno rispetto della legge, in quanto non-persone, alcuni richiedenti di asilo sentiranno di non avere altra scelta che rubare per sopravvivere. Senza un indirizzo è impossibile per i funzionari tenere d’occhio le persone. Il Ministero degli Interni preferisce forse che scompariamo nelle viscere della società britannica? Non visti, non sentiti, alle dipendenze di personaggi loschi, svolgendo i lavori che molti cittadini britannici non vogliono fare, per una frazione del salario minimo. Siamo un’utile fonte di manodopera a basso costo, non regolata dalla legge, che può incentivare l’economia. Il governo ha fatto enormi sforzi per ridurre il numero di persone senza fissa dimora. Ma ora una nuova ondata di non-persone cercherà riparo sugli usci e sotto le scale del centro di Londra. In Eritrea non sapevo se sarei morta per una coltellata o per un colpo di pistola. Se questa politica continua, alcuni di noi che speravano di trovare nell’Inghilterra un porto sicuro rischiano di morire di fame e di freddo. Semret Fesshaye era una maestra d’asilo ad Asmara, in Eritrea e vive in Gran Bretagna da 10 mesi. Ha partecipato attivamente alla fondazione dell’Eritrean Women’s Association (Associazione delle donne eritree). Nella versione pubblicata, questo paragrafo è stato tagliato: L’Eritrean Women’s Group (Gruppo delle donne eritree) si è riunito al Crossroads Women’s Centre (Centro delle donne) dove tutte eravamo venute a cercare aiuto perché non eravamo riuscite ad ottenere sostegno da nessun altra parte. Il Refugee Council (Consiglio dei rifugiati) ci aveva già rifiutato un alloggio, e a luglio avevamo protestato di fronte alla sua sede per gridare al pubblico che stiamo soffrendo. È così che abbiamo incontrato donne provenienti da molti Paesi diversi, Camerun, Isole Comore, Congo, Etiopia, Uganda, che affrontano esperienze simili. Hanno iniziato a partecipare alle nostre riunioni e sono state accolte calorosamente. Abbiamo aiutato a formare la Crossroads Coalition for Justice for Asylum Seekers (Coalizione per la giustizia per i richiedenti di asilo politico). Anche altri richiedenti di asilo stanno formando organizzazioni per darsi reciproco sostegno. |