La furia razzista dell’élite di Caracas.
Il presidente assediato del Venezuela affronta un’opposizione stile Pinochet.

Richard Gott, The Guardian
Martedì 10 Dicembre 2002

Lo scorso sabato Pilin Leon, un’ex Miss Venezuela, era impegnata come giudice nel concorso per Miss Mondo a Londra, quando la petroliera che porta il suo nome, che è illegalmente ancorata nel lago di Maracaibo (da dove viene estratta la maggior parte del petrolio venezuelano), è stata abbordata dai marines venezuelani. Si pensava che la fine della storia avrebbe dovuto significare la morte della lotta di classe, ma il presente conflitto venezuelano suggerisce che è ancora viva e vegeta.

Quando il capitano della Pilin Leon aveva calato l’ancora, lo aveva fatto in solidarietà con lo sciopero antigovernativo a Caracas. Ma l’equipaggio della petroliera era contrario sia allo sciopero che all’azione pirata del capitano. E dunque, quando i marines sono saliti a bordo su ordine del presidente assediato Hugo Chavez, vi è stato solo bisogno di sostituire il capitano.

Per un anno e oltre, le classi medie e alte del Venezuela, che sono contrarie al presidente Chavez, hanno protestato nei quartieri alti di Caracas, mentre i poveri (la stragrande maggioranza della popolazione cittadina) si sono riversati fuori dalle baraccopoli e hanno dimostrato in difesa del "loro" presidente.

In questo week end Chavez festeggiava l’anniversario della schiacciante vittoria elettorale quattro anni fa. Il week end conclude un’intera settimana di attività insurrezionali volte a costringerlo a rassegnare le dimissioni. Ma fin qui Chavez ha mostrato una capacità di trovare una via d’uscita in situazioni difficili degna del mago Hudini. In aprile un simile scenario portò ad un breve golpe, in cui Chavez fu salvato da un’alleanza tra i poveri e le forze armate. Questa volta, dice il presidente, non si lascerà cogliere di sorpresa.

L’opposizione spera di riuscire ora in quello che non era riuscita a portare a termine in aprile. La situazione è però cambiata. Le forze armate sono adesso più unite nel sostegno al presidente di quanto lo fossero in precedenza. I generali più conservatori non ricoprono più posizioni chiave, e quelli coinvolti nel tentativo di golpe di aprile sono stati tutti mandati in pensione.

Anche la situazione internazionale è cambiata. Il golpe di aprile aveva ricevuto l’approvazione degli Stati Uniti, ma adesso, avendo problemi più urgenti altrove, Washington è più cauta. E sostiene pubblicamente i negoziati condotti da Cesar Gravina, l’ex presidente colombiano che guida l’Organizzazione degli stati americani.

Forse, ancora più significativo del cambiamento nell’atteggiamento dell’esercito e degli Stati Uniti, è il fatto che i poveri si siano adesso mobilitati in massa, al punto che si parla di una possibile guerra civile. Fino al golpe di aprile, i poveri avevano ripetutamente votato per Chavez, ma il suo programma rivoluzionario era diretto dall’alto, senza una estesa partecipazione popolare. Dopo il golpe, che rivelò che l’opposizione stava cercando di imporre un regime sul modello Pinochet, il popolo si rese conto di avere un governo che bisognava difendere. Le marce di protesta dell’opposizione hanno così evocato uno spettro che le classi medie e alte avrebbero senz’altro preferito dimenticare: la guerra di classe e di razza.

Gli oppositori si lamentano, sostenendo che Chavez è un uomo di sinistra che sta guidando il paese al caos economico. Ma dietro all’odio accanito per Chavez si cela il terrore dell’élite bianca del paese di fronte alla mobilitazione della massa della popolazione nera, indiana e mestizo. Solo cinque secoli di razzismo da parte dei coloni europei nei confronti degli schiavi africani e della popolazione indiana locale possono adeguatamente spiegare l’odio che è stato risvegliato. Chavez, il quale è più nero e indiano che bianco e non fa mistero di ambire a essere il presidente dei poveri, è l’oggetto su cui questo odio razzista si è concentrato.

L’asso nella manica dell’opposizione, in aprile come in dicembre, è stata la compagnia petrolifera di proprietà statale, Petroleos de Venezuela, che viene spesso descritta come la quinta compagnia esportatrice di petrolio mondiale, ed è un importante fornitore degli Stati Uniti. Nazionalizzata oltre 25 anni fa, è stata amministrata a beneficio esclusivo dei suoi impiegati e amministratori, e i suoi profitti sono stati investiti ovunque fuorché in Venezuela. Prima dell’investitura di Chavez, si stava preparando la sua privatizzazione, con soddisfazione degli ingegneri e dei direttori, che ne avrebbero tratto benefici. Con l’ostacolo sulla strada della privatizzazione posto dalla nuova costituzione venezuelana, le classi medie e la ricca élite della compagnia sono più che contente di rendersi disponibili per essere usate come arma dell’opposizione modello Pinochet, ed hanno fatto tutto il possibile per bloccare l’intera industria.

Il compito vitale, per Chavez, è adesso riportare l’industria petrolifera sotto il controllo del governo, sostituire l’amministrazione conservatrice con quegli amministratori radicali che sono stati espulsi durante le precedenti lotte interne alla compagnia. Se vuole continuare a sostenere gli equipaggi delle petroliere leali al governo, come nel caso della Pilin Leon, per riguadagnare il controllo della situazione Chavez può ancora aver bisogno di imporre lo stato di emergenza.

Richard Gott è l’autore del libro The Shadow of the Liberator: Hugo Chavez and the Transformation of Venezuela (L’ombra del liberatore: Hugo Chavez e la trasformazione del Venezuela).

rwgott@aol.com

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